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martedì 23 settembre 2008

La lunga scia bianca

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Da lontano si vedeva il Castello di Buona Speranza; la nave si allontanava sempre più da Cape Point affrontando le impetuose acque del mare mentre sullo sfondo la Table Mountain disegnava lo scenario che sarebbe poi apparso sulla tela del giovane Jules. Già aveva in stiva un dipinto che raffigurava Bo-Kaap, e un ritratto di Katherine che da poco aveva deciso di tornare a Groot Constantia. Fra i colori di Bo-Kaap e il bianco di Groot Constantia Jules preferiva i primi. Ora doveva affrontare un mese di navigazione per arrivare a Dubai, dove lo aspettava il professor Hector per una mostra. Katherine non avrebbe partecipato; e Jules non capì mai il perché del suo ritorno nel luogo dov’era morto l’amato padre. Suo padre morì nel porto di Amburgo, precipitando da un container su cui era salito, finendo sulla banchina. Un’altezza di trenta metri. E Jules non tornò mai più ad Amburgo. Si sentiva come l’olandese volante, che si diceva navigasse in eterno in quelle stesse acque; un’aurora boreale permanente, un sogno itinerante nelle varie menti che popolano il pianeta, e lui era solo una piccolissima parte dell’intero pianeta. E allora perché si tormentava su un’altra piccolissima parte come lui, ovvero Katherine? Non erano che due atomi, due particelle di plancton che insieme a miliardi di altre finivano nello stomaco di una qualsiasi Moby Dick, e a nessuno importava. Questa nave, pezzo di metallo e legno con i suoi maestosi alberi a far bella mostra di sé, era una parte appena più grande di loro...vide il promontorio farsi sempre più sfocato nella sera che avanzava, e pensò che forse un giorno sarebbe tornato anche lui a Groot Constantia, sebbene per un po’ non ne avesse l’intenzione, senza neanche immaginare che poteva benissimo sostituire Katherine con, mettiamo, una Susan o una Maggie; ora il suo pensiero era per Katherine, per i colori di Bo-Kaap, per il castello che egli aveva visitato nei giorni scorsi e che adesso era scomparso alla sua vista. I suoi colori, la sua tela ancora intonsa, i suoi pennelli erano ancora assieme a lui; molte idee si sovrapponevano l’una sull’altra nella sua mente, cavalcando i ricordi ai quali non appartenevano ma che ne alteravano il senso dando al tutto una parvenza di sogno ed evasione. Come fuochi d’artificio le idee si accendevano per poi morire con uno scoppio sordo, mine vaganti come la sua nave che mai perse naviganti. E Jules restava ancora a poppa incurante dell’avanzare della notte, fermo sul ponte ad osservare la lunga scia che si snodava per l’immensità dell’oceano.

mercoledì 10 settembre 2008

mercoledì 3 settembre 2008

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