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lunedì 31 marzo 2008

Il vascello fantasma


Ti seguirò nella nebbia
dove solo i tuoi occhi mi vedranno.
Il mare non sembrerà poi così grande
se il tuo volo sarà immenso.
Le onde s’inseguono come visioni
annodate al sartiame della vita
non tagliarti le vele
ma eclissati con me.


Matite acquarellabili su cartoncino 35x50 cm

venerdì 28 marzo 2008

Cuore d'argilla

Il mantello fulvo di un puma s’intravede nella bruma che avvolge la vallata. Esso si fa strada tra le felci, mentre il fuoco che fa ardere amori e passioni non viene adesso dal cuore, ma dalle selci. Il vecchio vulcano dormiente ha il sonno leggero, l’acqua del torrente gorgogliando suona una millenaria canzone, gocce di rugiada cadono sulla rossa terra. E’ aria frizzante quella che sveglia le vite addormentate, il sole nasce baciando i filari, fortunato il primo che berrà quel vino. I ricordi vanno ai rigidi inverni di Lackawanna, vicino Buffalo, quando il respiro si congelava in fretta e quasi non si poteva camminare. Poi, seguendo una rotta contorta come una nave guidata da un comandante pazzo, vanno al paese natio, lontano, di cui non c’è traccia nelle carte geografiche, e la cui lingua è sparita. Estinti anche gli ultimi pilastri su cui si fondava quell’umanità, quel popolo; ogni alba è come un bisonte bianco che rinasce ogni volta che cade una foglia. Un colpo di tosse somiglia a uno sparo nella nebbia; e la neve ormai sciolta disseta anche la terra più arida. Neve sul deserto, non è un miraggio, è sabbia che copre l’ultima oasi, dove i saguari fanno la guardia; si sente un fabbro che modella il ferro sull’incudine...ma i colpi non sono suoi, è il mio cuore. Cuore che si rifiuta di amare chi non può, e finisce per amare chi non può; cuore che sobbalza come un letto scosso dal terremoto quando la terra non trema, cuore che duole quando chi ama non può amarlo. Chi può, lo faccia. Qua, sulla terra nuda da accarezzare, al tramonto quando si osserva il sole che va a dormire, la notte accende le sue stelle, e domani arriverà un temporale. Farà buio il giorno, lo trasformerà in notte diurna; i suoi lampi squarceranno l’atmosfera, l’aria, spaventeranno cavalli e viandanti, i suoi fulmini scioglieranno gioielli, spaccheranno in due i tronchi più deboli, spezzeranno le catene più forti. E poi, dopo, di nuovo tornerà il sole; la sua luce respingerà le nubi nere, si rifletterà su esse come uno specchio sulle rughe di chi lo guarda. E’ questo il problema: di stare negli occhi di chi ci guarda. Dove non ci sono pagliuzze né travi, perché non c’è proprio nulla. Niente emozioni, brividi. Non si vede l’anima, avvolta in una foschia personale, impercettibile. Si vede il sentiero che conduce a casa, in lontananza; si vede il debole fumo che esce dalla bocca del vulcano in dormiveglia, si vede appena il fulgore del mantello del puma, che ancora s’aggira in questa landa, osservato da uccelli e piccoli occhi che luccicano dalle tane. Si vede che non è ancora finita, qua; c’è ancora tanto da costruire, da riparare, da guardare. Le pietre miliari saranno le guide, il vento sarà la spinta, il panorama sarà la motivazione, la nostra forza il cuore. Verrà passato il confine, ogni nome sarà un lasciapassare. Lasciami andare, ci rivedremo.

venerdì 7 marzo 2008

martedì 4 marzo 2008

Chiamai il vento Mary

Tramontana soffia e sferza la campagna. Là in fondo, montagne pronte a ricevere la neve, e da ovest il mare porta il suo vento a scompigliarci capelli e idee; si fonde con la tramontana, a tratti pare scaldarla, ma è pura illusione. Il nord ha il fiato più grosso; il vento fa male? Asciuga i panni e le ferite aperte, trasporta polvere e sabbia, fa venire mal di gola, porta i semi di dente di leone che cercano una terra per germogliare; aiuta il fuoco appiccato da qualche idiota che vuol distruggere il bosco; perché bruciare il bosco? Perché dimenticare tutto quando potresti benissimo mettere le cose in un angolo, e quando ti servono riprenderle per restituirle a chi non le vuole ma le merita? Perché dire addio se sai che prima o poi ritornerai? Suonai la chitarra, invece del banjo che s’impolverava malinconicamente accanto al divanetto dello studiolo; la chitarra somiglia di più a te, idea che raminga vaga senza trovare un cuore né un cervello in cui riposare. Sferzami, vento, aiutami a raccogliere le mie carte sparpagliate, visto che è colpa tua se le ho perse; non ho chiuso a chiave il cassetto, è vero, ma tu sapevi benissimo che ho sempre avuto il vizio di non chiudere nulla. Perché in casa mia le porte erano sempre chiuse, anche a chiave; e per reazione io apro tutto. Solo il cuore l’ho chiuso; non so perché mi si apre e mi si chiude nei momenti sbagliati, cioè sta chiuso quando dovrebbe essere aperto e viceversa; sono guai, pure il cancello è chiuso, come quello di casa mia. Però la chiave non c’è, è che il ferro si è arrugginito ed è difficile aprirlo, dovrei oliarlo. Sapessi oliare i complicati ingranaggi dell’amore! Non sarei qua a parlarne, ma non parlerei nemmeno di te; e non parlare di te equivale a non parlare di me. Perché sei nella mia storia, perché qualcuno ha deciso che devi stare dentro di me, perché il vento freddo ti ha portato qua, da me. Né il vento caldo ti ha allontanato, io mi allontanai, ma in realtà mi avvicinai. Perché somiglio a te, alla mia chitarra, al vento del nord e a quello del mare, e il mare è immenso e ti porta via, solo ciò che non è mio rimane in balia delle folate per poi restare ghiacciato nella neve e nella nebbia, e queste cose non ci somigliano. E’ solo la storia che va avanti, e questa storia ci somiglia, e noi portiamo il nome dei venti che ci trasportano verso ciò che ci appartiene. E io chiamai il vento Mary.
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