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lunedì 28 gennaio 2008

Jailbait Janet

Come le foglie si muovono al vento,
come un artista crea cornici in foglia d’oro,
come fogli si accartocciano sotto il peso delle parole,
così eri una foglia che cercava il suo albero.
Non eri tutto per me; lo eri per chi mi detestava,
per la città che ti girava intorno
e ti lasciava in attesa di qualcosa che non arrivava mai;
eri tutto per i capitani di lungo corso,
per le rocce che disegnavano l’orlo delle Montagne Rocciose,
per l’aria che respiravi.
Eri l’addio di chi non parte mai;
eri la luce di chi non dorme mai;
leone da circo mai domato, cervo a primavera,
valanga di neve, nave d’estate.
Dimenticami, non eri tutto per me.

sabato 19 gennaio 2008

domenica 13 gennaio 2008

La nave madre

Olio su cartone telato, 24x30 cm
qua sotto, la prosa corrispondente

Gabbiani stridono accompagnando ammassi di ruggine che per miracolo ancora solcano questo mare. Anime a mare, aggrappate alle onde, mentre le scialuppe riescono appena a contenere speranze che ingrassano con i sogni, miraggi che non hanno bisogno del deserto per ingannare chi li vede. Sono grandi, le ali dei gabbiani: potrebbero abbracciare l’universo sperduto in acqua, imbevuto di sale che poi brucia le ferite. E sono tante, le ferite, come poche sono le forze rimaste. Anche il ghigno del comandante è una ferita; la bandiera mezza strappata, il motore ansante, la carena piena di alghe morte fanno capire che anche la nave stessa è tutta una ferita. Guarire sarà impossibile, c’è troppa purulenza in giro, e intanto il vento è già a forza 4. Neanche il caro vecchio argano ha tutta questa forza, l’àncora non esiste più. E forse neppure l’ancòra esiste. I suoi figli sono tutti a mare, galleggiano come cartacce, piegati in due come lettere che nessuno legge, e questa nave se ne va per la sua rotta. Ormai ha rotto da tempo gli ormeggi della coscienza, ha scheggiato le banchine per scappare in fretta e non sentire le urla che la chiamano, ha spento i fari per non farsi scoprire. La sua ruggine è rimasta sui moli che ha urtato, sulle mani di chi vi ha scaricato i suoi liquami, nell’acqua del porto che ora è davvero sporca da far schifo; brandelli di vele tagliate, pezzi di corda, gambe di legno marcio, cambusa annerita dal fumo. Relitti che viaggiano, e abbandonano altri relitti al loro destino. Un giorno finiranno tutti in fondo al mare, o all’oceano; adesso lo scorbuto deve finirli, il vento deve corroderli, i gabbiani devono mangiarli. Non ci sarà pietà per loro, marinai senza niente, né per questa madre che nessuno vuole ma che ancora avrà dei figli dal destino uguale, né per questi figli che le vedette raccolgono e che nessuno accoglierà. I gabbiani non se ne accorgono, non se ne intendono, seguono le rotte aprendo le grandi ali; chissà se esiste un cuore così grande da farci stare tutti, come matrioske una dentro l’altra. Il mio cuore non è così grande. La grandezza nel senso astratto appartiene a qualcosa che, appunto, nessuno può toccare con mano. E’ una cosa che hai dentro, nel tuo mare.

giovedì 10 gennaio 2008

giovedì 3 gennaio 2008

Carnaval

This work is licensed under a Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivs 2.5 License.
Nel silenzio della notte dorme la coscienza di chi non si sveglia mai di giorno, la sua ragione dorme sotto un cumulo di convenzioni…le mani toccano ma non scaldano, non stringono forte come un cuore i suoi ricordi. La città dentro le mura invece è sveglia, viva, ha le sue luci accese e le sue vie brulicanti di gente, i suoi negozi aperti e le danze sul palco allestito in piazza; c’eri anche tu, i tuoi occhi cercavano chi volevi vedere, senza trovare nessuno, e vagavi senza quasi accorgerti di chi ti passava accanto, degli artisti di strada che annunciavano il loro piccolo spettacolo chiedendo solo un obolo per la notte successiva. Non c’era, inutile insistere. Cercasti allora d’interessarti a quella manifestazione di gioia collettiva, di partecipare alle carnevalate di mezza stagione, senza coinvolgerti né immergerti in quell’oceano di gente. La gente, già. Vivere è un carnevale, a volte pare tutto festoso, altre pare di assistere a un funerale. I pagliacci veri si distinguono appena da quelli finti, senza nemmeno sapere cosa s’intende per vero o finto, per verità o bugia. I giocolieri fanno acrobazie con i birilli, e ti sembra di essere tu un birillo, sballottato qua e là, lanciato per aria e afferrato con tanta forza da soffocare persino un elefante; c’è pure il mago, che appare e scompare e alla fine ti viene il nervoso perché cerchi il trucco e non lo trovi, ma non disperare, non te lo dirà mai. E poi maschere, quante maschere! La vecchia panaia francese che tutti chiamano la Boulangére cammina curva con la sua brava baguette sottobraccio, come fosse un giornale. Sibila frasi incomprensibili, roteando il pugno per aria, ma dicono che non è pericolosa. E’ solo un po’ matta, forse era lei che cercavi, ma la conoscevi anni fa e ora è irriconoscibile. Qualcosa l’ha resa così, ha lavorato su di lei come un’enorme impastatrice, mescolando il suo vissuto e sparpagliando poi le briciole per terra; quelle briciole le hanno poi beccate i piccioni e lei non ha più ritrovato se stessa. Invece tu sei rimasto, nonostante le ondate che arrivavano ben oltre il porto aggredendo la darsena, sei rimasto per proteggere la tua ultima spiaggia, l’ultima speranza di rivederla. Fedele a lei sei rimasto fedele anche a te stesso…come hai fatto? Come si fa a sopportare tutto questo per anni, controvento e sempre a dritta, senza mai sfiorare terra? Col cannocchiale osservavi ciò che era lontano, il carnevale che si stava consumando in città e nel quale ti perdesti per ritrovare chi avevi perso. L’hai persa, rassegnati. Anche se è lì, a pochi metri da te, lo vedi che non è la stessa, il viso si può riconoscere, sì, ma è cambiata. Oppure sei cambiato tu, e cambiandoti hai cambiato pure il modo di vedere? Forse i tuoi occhi sono diversi, non le persone che conoscevi e che ritrovi dopo anni; forse hai dimenticato, forse hai vissuto troppo per ricordarti, o hai poca memoria. Ma può darsi che sia cambiata anche lei allo stesso modo, e se prima eravate simili può darsi che lo siate ancora, ma in modo diverso. Forse siete maschere messe male sul volto, o senza maschera non avete volto. Forse togliendo la maschera lei sembra matta agli occhi di chi la maschera l’ha ancora… Mi segui, capisci? Essere simili, ma diversamente da prima: cioè, non vi riconoscete perché in realtà non vi conoscete. Dovete ricominciare, riprendere il filo e ricucire tutto daccapo. Ci vuole forza, tenacia, energia…ma gli anni e il tempo le hanno consumate. Accontentati, l’hai vista, dopotutto. Lasciala al suo mondo, alla sua baguette sottobraccio, al suo carnevale contro cui impreca anche se lo adora. Perché lì ti conobbe, lì vi siete persi. E ricorda, ricorda meglio di te. Ricorda ancora la strada per andare al porto, ricordatelo. Potrebbe raggiungerti, se volesse, ma credo non voglia. Non so perché, ma penso sia così. Si cambia, sai, la vita è un carnevale.
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