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giovedì 10 aprile 2008

Casa Bottini

Lunga è la mulattiera che va su per Sommocolonia; di sotto, Barga è viva con la sua gente e le sue abitudini. Le strade in salita, camminiamo senza fatica, le ore scorrono e il parco Kennedy è baciato dal sole. Rimpianti, lo sai. Di neve ne è caduta tanta in questi decenni, ma non ho mai contato gli anni; quelli che ci separavano e quelli del tormento che, come puoi vedere adesso, si somigliano, anzi sono proprio uguali. Come gemelli stanchi di essere vestiti allo stesso modo, gli anni finiscono per dividerci, sotto l’egida del tempo. Le nuvole proteggono molte montagne, le nascondono celando anche le insidie, mentre la pioggia scende inesorabile e la foschia copre l’ultimo monte visibile...allora a Livorno costruivano la terrazza Mascagni, chiamandola Ciano; i gabbiani sciamavano lungo le rotte delle grandi navi, cariche di mercanzie ed emigranti, pressappoco la stessa cosa. Un vetro rotto, l’orologio antico fermo, la foto di nonna sul comò; filavi seduta sulla poltrona di velluto blu, accanto alla finestra, appena aperta a lasciar passare la prima brezza di primavera. Lasciavi cullare i capelli usciti dallo chignon da quell’aria leggera e fresca, incurante del nonno che aveva freddo. C’era il caminetto acceso, di là in salotto; e la pendola batteva le ore, le onde rumoreggiavano, le prime auto sferragliavano spaventando gli impressionabili. Era contrario, lo zio, alle auto e alle modernità, ma sapeva benissimo che tutto questo era inesorabile, come la malattia che ti aggrediva e ogni giorno era un giorno in meno per te. Questo rosicchiare le tue ore durò a lungo; poi alla fine arrivò l’addio, e quella finestra rimase chiusa, e il telaio venne richiuso e messo in un vecchio armadio senza valore. Quell’armadio finirà poi nell’oblio, come in seguito la radio da cui si sentiva l’avanzare degli alleati, l’armistizio di Cassibile, l’addio a Pola. Avanzano gli anni, ma non sono nostri alleati. O forse lo sono, anch’essi chiedono in pegno qualcosa, ma non è detto che usciamo sempre sconfitti. Finimmo nella foschia più volte, ma trovammo sempre la strada di casa, ferendoci a volte con gli arbusti; le corriere arrancavano stanche per i tornanti, quant’era lontana la casa della cugina! Sparati come proiettili in un altro luogo, che ci pareva straniero malgrado fosse nella stessa regione, non ci rendevamo conto in quale bersaglio fossimo finiti, troppo piccoli o troppo stupidi per capire. Quando si è piccoli non ci si capisce molto, ci si lascia trascinare, come assetati nel deserto. Infatti Barga ci parve un deserto pieno di volti sconosciuti che sparivano all’istante, come scavati nella sabbia o avvolti nella nebbia. Ma sabbia non c’era, e la nebbia poi si è diradata, ovvero imparammo a starci, in questo pezzo di mondo. Però ti rimpiango, e ti ricordo, anche se il tempo continua a lavorare per farti svanire, e gli anni faticano a separarci. E come muli senza soma camminiamo lentamente sulla vecchia mulattiera che va su a Sommocolonia.

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