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domenica 13 gennaio 2008

La nave madre

Olio su cartone telato, 24x30 cm
qua sotto, la prosa corrispondente

Gabbiani stridono accompagnando ammassi di ruggine che per miracolo ancora solcano questo mare. Anime a mare, aggrappate alle onde, mentre le scialuppe riescono appena a contenere speranze che ingrassano con i sogni, miraggi che non hanno bisogno del deserto per ingannare chi li vede. Sono grandi, le ali dei gabbiani: potrebbero abbracciare l’universo sperduto in acqua, imbevuto di sale che poi brucia le ferite. E sono tante, le ferite, come poche sono le forze rimaste. Anche il ghigno del comandante è una ferita; la bandiera mezza strappata, il motore ansante, la carena piena di alghe morte fanno capire che anche la nave stessa è tutta una ferita. Guarire sarà impossibile, c’è troppa purulenza in giro, e intanto il vento è già a forza 4. Neanche il caro vecchio argano ha tutta questa forza, l’àncora non esiste più. E forse neppure l’ancòra esiste. I suoi figli sono tutti a mare, galleggiano come cartacce, piegati in due come lettere che nessuno legge, e questa nave se ne va per la sua rotta. Ormai ha rotto da tempo gli ormeggi della coscienza, ha scheggiato le banchine per scappare in fretta e non sentire le urla che la chiamano, ha spento i fari per non farsi scoprire. La sua ruggine è rimasta sui moli che ha urtato, sulle mani di chi vi ha scaricato i suoi liquami, nell’acqua del porto che ora è davvero sporca da far schifo; brandelli di vele tagliate, pezzi di corda, gambe di legno marcio, cambusa annerita dal fumo. Relitti che viaggiano, e abbandonano altri relitti al loro destino. Un giorno finiranno tutti in fondo al mare, o all’oceano; adesso lo scorbuto deve finirli, il vento deve corroderli, i gabbiani devono mangiarli. Non ci sarà pietà per loro, marinai senza niente, né per questa madre che nessuno vuole ma che ancora avrà dei figli dal destino uguale, né per questi figli che le vedette raccolgono e che nessuno accoglierà. I gabbiani non se ne accorgono, non se ne intendono, seguono le rotte aprendo le grandi ali; chissà se esiste un cuore così grande da farci stare tutti, come matrioske una dentro l’altra. Il mio cuore non è così grande. La grandezza nel senso astratto appartiene a qualcosa che, appunto, nessuno può toccare con mano. E’ una cosa che hai dentro, nel tuo mare.

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