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giovedì 29 novembre 2007

Theatrical Drama

Le sere di nuovo s’incontrano
nella notte infinita
a ballare la polka come dentro a un film
fermi a volte nelle immagini rotanti
aspettando che smetta di nevicare
cala il sipario come un lanzichenecco
che non trova niente
fuori le ombre vacillano sul pavé
pietre dure non preziose
ma che brillano al mattino
e il pomeriggio già perdono splendore
bella canzone che stanno suonando
con la viola d’amore.

domenica 25 novembre 2007

Manuel Vega

Ahora ve conto la historia de Manuel Vega
que sabe muchas cosas
pero no sabe como el amor se llega.
Quien sabe como el amor se llega?
Quien puede llamar con el nombre del amor
esto tipo que no tiene miedo de nada?
Sin tì no puede vivir, dice
pero està muriendo de la hambre porquè
no puede invitarte a comer!
Y quien sabe como el amor se llega?
Basta ya! Dale que te pego
me voy a aburrirse
no hablar mas por favor!
Esta es la historia de Manuel Vega…
que sabe muchas cosas
pero no sabe como el amor se llega.
Sì lo conoces lo esquives.

sabato 24 novembre 2007

La del Barrio

Yo soy La del Barrio,
conto y hablo de mi historia
mentiras no digo
y enganos no hago
lo que ellos llaman deseo yo lo llamo amor…
hombres, hombres de fuego
corazones, corazones de nieve
casas, casas de plata
casada, casada mal!

domenica 18 novembre 2007

La tempesta

Non si vedono piste né sono previsti atterraggi, questo volo va verso la fine, dietro le nuvole si vede appena il sole, occhi brillano come fucili spianati d’un plotone d’esecuzione…stai qui, adesso, stai fermo e non fiatare, ché da lontano si sente rumore di tank, frinire di cicale e rombi di caccia B-52 che per sbaglio hanno a bordo armi nucleari, gli vanno incontro i G-222, come donzelle nelle fauci del drago. Non sarò io il cavaliere che salverà la damina, non sarò io il giocatore più forte a dama, non vendo il sole né fumo, né sono un cowboy che cerca vendetta per gli uccisi…sono uno dei tanti che non ha fiducia nella giustizia, che fatica per non rubare, che cammina lesto per non farsi aggredire. La vita ti prende alle spalle, a volte. Le stazioni in silenzio alla radio, siamo qui prigionieri di un sogno troppo grande, un volo troppo rasente il muro dell’ingenuità, cadremo tutti per terra a gambe all’aria, ma ci resteranno i resti delle abbondanti libagioni che tanti hanno fatto a spese nostre, le risate dei membri del club di chi fa sesso ad alta quota, perché ridi, non ti è piaciuto o mi stai soltanto prendendo in giro? Stai barando? Ci sono troppe maniche larghe in giro, troppi segni sulle carte e sui volti, al saloon c’è fermento, i cavalli attaccati ai lucchetti scalpitano per ripartire, sentono un grosso incendio non ancora appiccato, ma lo sentono! Noi no, non sentiamo i temporali, e non capiamo perché gli uccelli all’improvviso volano via, le lumache scattano in cima agli alberi, sta arrivando qualcosa che ci travolgerà, cos’è? Passione, amore, morte? Qualcuno mette in scena una specie di Carmen, la sopranella sprovveduta canta una habanera stonata, altri hanno avuto la bella pensata d’invitare uno scrittore controverso a leggere pubblicamente una sua poesia…non muoverti! Cerca la pista d’atterraggio, le luci! Stiamo rischiando la collisione con questo mondo pazzesco! Non ci capisco nulla…non è come risolvere un cruciverba, o un rebus, o semplicemente un esame di maturità…siamo maturi? Maturi per questi tempi, per il nostro tempo, la nostra età? Maturi abbastanza per poter fare tanto, impedire molto, e combinare poco? Cos’è la maturità, come si misura? Scappando o restando? Non siamo tutti uguali, per fortuna. Per qualcuno non è una fortuna, ma siamo in democrazia. Democrazia, non anarchia né autarchia. Siamo mustang che non trovano più la prateria dopo lo svezzamento al ranch, siamo aerei che non trovano la pista e ce l’hanno proprio sotto, siamo bari che non trovano più la carta che hanno segnato, e perdono. Poco importa: i perdenti stanno più simpatici alla gente…

giovedì 15 novembre 2007

Addio, amore mio!

Tira vento, vuote le panchine nel parco del convento delle Orsoline. Corre l’anno di grazia 1842; nell’aria si spargono l’odore delle frittelle, delle tortine di cavallo, del whisky di contrabbando, della carne essiccata degli indiani. Io ho ferito molte persone, ho dimenticato d’amarti, ma non chiedo perdono, solo una buona parola. Milioni di strade sono state costruite a partire dai Romani, e chissà quante altre ne verranno negli anni…cosa succederà fra un secolo? Che succederà fra noi adesso? Siamo come due cigni che rischiano di strozzarsi con un filo da pesca dimenticato da qualche pescatore spazientito, solo per aver tentato di mangiare l’esca. Quante volte ci si lascia tentare! E dopo aver provato pentirsi…solo per un confronto, una prova, voglia di nuovo, di cambiare. A volte si cambia, certo. C’è il cowboy maturo, esperto, che nel bel mezzo di una sparatoria va a cercare acqua e viene colpito; anche tu cercasti acqua per noi e io ti ho colpito, ferito ma non ucciso. L’imprudenza costa, e l’esperienza non serve a niente. Ne ho le tasche piene, sebbene siano vuote, e la mia anima brama qualcosa di troppo grande per me, che non riesco a sentire né a condividere. Neanche il vento può portare via questa mia testa, per sciacquarla, cambiarla; il tempo forse mitigherà la rabbia, annacquerà la colpa. Ma non è un alibi, non voglio crearne; non è semplice togliere la testa dalla sabbia, e guardare avanti come se nulla fosse, come svuotare un bicchiere rovesciando il contenuto per terra. Se avessi un nichelino per ogni volta che franai a terra! Quanti soldi avrei, tanti da chiedermi prima o poi: cosa ci faccio? Cosa potrei fare, adesso? Sedermi su quella panchina ancora vuota, mentre il vento accarezza ancora i fiori e l’erba, fondermi con il bosco, io betulla fra le querce, e tu quercia fra le betulle? Il sottobosco dei sentimenti è il primo a prender fuoco, sempre; il ghiaccio brucia, le ultime foglie stanno ancora a terra a ricordarmi che è meglio che dimentichi.

martedì 13 novembre 2007

Carreteras

Piovono parole incomprensibili che inchiodano chi non sa alle croci ormai da tempo smontate…piangono occhi incapaci di guardare, s’infettano ferite inguaribili, s’incontrano quelli che mai si videro e si salutano scordandosi nell’attimo esatto in cui riprendono la loro via. Scorrono le ore inarrestabili, senza farsi sentire sgommano per sfuggirti via; si chiudono mani che riescono solo a scottarsi per i riflessi che aleggiano fra le nuvole. Si rincorrono uno dietro l’altro gli eventi, che ci portano ad aggiustare i cuori infranti, mentre quelli che furono creduti idoli non erano nemmeno eroi, cavalcarono insieme i minuti che ci separavano senza mai riuscire a ricongiungersi a noi, per tornare alle origini e spartirci i guai nuovi e quelli futuri che si attraggono come calamite e noi a cercare i poli che li respingano…indietro, dove prima eravamo noi. Spesso eravamo soli ma mai lune né tantomeno stelle…le luci si spengono prima o poi, e gli ultimi barlumi si fanno briciole su di noi, pane amaro come il fiele. Il cuore spezzato della vita, cittadino spaesato della prateria, coyote sperduto nei canyon al tramonto, i miraggi!

domenica 11 novembre 2007

Prima dell'est

Mentre la giovane chioma degli alberi nuovi ondeggia come il mare, increspate come onde nascono senza clamore le idee, senza scale né ascensori arrivano alle più alte cime da far invidia agli scalatori; i fili d’erba e quelli del tram si fondono nell’immaginazione di chi sdraiato osserva il cielo, che in due minuti cambia, sapessimo farlo noi…sfocate le ombre si fondono anch’esse e diventano strade; quante ce ne vorranno per ogni chilometro da percorrere? Pietre miliari all’orizzonte mentre il sole nasce, sente dolore chi ha la gola in fiamme e non riesce a cantare, mentre navi semiaffondate vengono riportate al porto e le loro scie le seguono stancamente; intanto a riva osservano, assembrati come gabbiani sugli alberi dei pescherecci, paiono tanti puntini di Seurat, come fossero un quadro enorme si trasformano in una grande e maestosa scena di massa che neanche un film riesce a riprendere. Gli sguardi non abbracciano tutto l’orizzonte, l’ovest è ancora scuro, l’alba sta appena nascendo, la luce è ancora fioca come la lampadina sul comodino della vecchia zia mentre il cane dorme per terra, sul tappeto…c’è vento, meglio chiudere la finestra o porterà via i preziosi fogli dove stanno scritte le nostre storie, che finiscono, si annodano, si sciolgono e rimangono a metà, sospese a mezz’aria col naso in su.
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