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giovedì 15 novembre 2007

Addio, amore mio!

Tira vento, vuote le panchine nel parco del convento delle Orsoline. Corre l’anno di grazia 1842; nell’aria si spargono l’odore delle frittelle, delle tortine di cavallo, del whisky di contrabbando, della carne essiccata degli indiani. Io ho ferito molte persone, ho dimenticato d’amarti, ma non chiedo perdono, solo una buona parola. Milioni di strade sono state costruite a partire dai Romani, e chissà quante altre ne verranno negli anni…cosa succederà fra un secolo? Che succederà fra noi adesso? Siamo come due cigni che rischiano di strozzarsi con un filo da pesca dimenticato da qualche pescatore spazientito, solo per aver tentato di mangiare l’esca. Quante volte ci si lascia tentare! E dopo aver provato pentirsi…solo per un confronto, una prova, voglia di nuovo, di cambiare. A volte si cambia, certo. C’è il cowboy maturo, esperto, che nel bel mezzo di una sparatoria va a cercare acqua e viene colpito; anche tu cercasti acqua per noi e io ti ho colpito, ferito ma non ucciso. L’imprudenza costa, e l’esperienza non serve a niente. Ne ho le tasche piene, sebbene siano vuote, e la mia anima brama qualcosa di troppo grande per me, che non riesco a sentire né a condividere. Neanche il vento può portare via questa mia testa, per sciacquarla, cambiarla; il tempo forse mitigherà la rabbia, annacquerà la colpa. Ma non è un alibi, non voglio crearne; non è semplice togliere la testa dalla sabbia, e guardare avanti come se nulla fosse, come svuotare un bicchiere rovesciando il contenuto per terra. Se avessi un nichelino per ogni volta che franai a terra! Quanti soldi avrei, tanti da chiedermi prima o poi: cosa ci faccio? Cosa potrei fare, adesso? Sedermi su quella panchina ancora vuota, mentre il vento accarezza ancora i fiori e l’erba, fondermi con il bosco, io betulla fra le querce, e tu quercia fra le betulle? Il sottobosco dei sentimenti è il primo a prender fuoco, sempre; il ghiaccio brucia, le ultime foglie stanno ancora a terra a ricordarmi che è meglio che dimentichi.

3 commenti:

claudine Cittadina del Mondo ha detto...

Brava, Arianna.
Sai che non sono una letterata, ma una semplice cittadina del mondo... quindi ti darò il parere di una comune lettrice. O meglio, ciò che il tuo scritto mi ha fatto provare.
Mi piace la forza e rabbia che ci metti, sempre utilizzando parole soppesate e terse… sono portata a pensare che è una donna la protagonista che scrive questa lettera d’addio.
*La mia anima brama qualcosa di troppo grande per me, che non riesco a sentire né a condividere* qui mi dai una “piastrina del puzzle”… penso all’amore non condiviso, ma bensì unilaterale.
* Il sottobosco dei sentimenti è il primo a prender fuoco, sempre; il ghiaccio brucia, le ultime foglie stanno ancora a terra a ricordarmi che è meglio che dimentichi.* e qui un altro passaggio presagio di capitolazione e rinuncia. Dove il fuoco della bramosia e passione arde… paragonandolo al fuoco reale che rimane ad ardere a lungo nell’incendio di un bosco, covando tra il sottobosco e sterpaglia.
Complimenti, penso proprio che il “pensierino” di unire pittura e parole lo dovresti fare sul serio…
Un forte abbraccio
;-) claudine

Arianna ha detto...

Non è autobiografico...ho fatto in modo che chi parlava potesse essere sia un uomo che una donna. Sono prose che rappresentano momenti, e quei momenti possono appartenere a chiunque...sei brava come critica, un grosso ciao da Arianna

rosy ha detto...

Arianna! Che sorpresa che sei nella nuova versione, sono d'accordo con claudine, dovresti unire pittura e parole anch'io ti dico di farlo sul serio.
Ciao rosy

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